“48 MORTO CHE PARLA”: Quando i soldi non fanno la felicità

7 anni fa
16 Novembre 2013
di admin

 teatro bracco-anteprima-600x450-972036Il fato da, il fato toglie. Basta crederci. Ci credono, eccome, i protagonisti di una famiglia napoletana dai non nobili natali ma miracolati da una vincita al Superenalotto suggerita da Mike Bongiorno in sogno. Peccato che, insieme ai numeri vincenti, il popolare presentatore in veste onirica ha presentato anche il conto: la data esatta di morte del vincitore (Rosario Ferro). La moglie (Caterina De Sanctis) non è esattamente spaventata dall’ipotesi della dipartita del consorte, ebbra di euro e pacchiane soddisfazioni, come acquisti spropositati e sevizie alla servitù (Stefano Ariota ed Antonio Furia), nell’apatica indifferenza dei figli. Da lì una serie di equivoci, sul filo dell’assurdo. Compresa una figlia da sistemare ad un sedicente bellimbusto americano (Fabio Brescia, autore del testo assieme alla De Santis). Diretti da Ferro, i protagonisti di “48 morto che parla” si muovono all’interno di un ambiente finto ricco (ma ottimamente scenografato da Tonino Di Ronza) e conquistano il pubblico del Teatro Bracco con un ritmo impressionante di situazioni e battute che creano un vortice di squillante vivacità. Se l’inserto di una famiglia siciliana ospite della famiglia appare forse un po’ forzato nell’economia dello spettacolo, la verve dei protagonisti assesta ed equilibra il tutto. Alla De Santis il compito di eccedere (l’empatia col pubblico è notevolissima), a Ferro quello di asciugare (ed è mirabile l’uso dei tempi e dei toni, non facile nel contesto), mentre la coppia Ariota-Furia si dimostra ancora una volta affiatata ed affidabilissima, riverberando, per altro, quella dei propri “datori di lavoro” (debordante e sopra le righe Furia, veramente esilarante, mentre Ariota gestisce abilmente le controscene). Eccellente Fabio Brescia, vera e propria mina vagante, col suo pastiche anglo-napoletano, credibilissimo. Con i protagonisti, il resto del cast funziona bene, da Pino Pino ad Anna D’Amato (cui forse andrebbero affidate più battute), da Peppe Accardo ad Alessandra Bacchilega, da Feliciana Tufano a Fabiola De Santis, fino a Tommaso Tuccillo. Due i colpi di genio da segnalare: il nome dell’impresario delle pompe funebri (Marco Appeste) e il modo in cui la padrona di casa apostrofa il personale: “Servi”, “Schiavi”, con effetto addirittura pià comico quando al napoletano sguaiato subentra la dizione. In scena fino all’8 dicembre.

Antonio Mocciola