Alan Turing e la mela avvelenata: morte di un genio “suicidato” dalla società

4 anni fa
28 Maggio 2017
di alessia coppola

L’eroica e tragica storia di Alan Turing, brillante matematico omosessuale che decriptò i codici nazisti durante la seconda guerra mondiale, è diventata nota al grande pubblico solo dopo il recente successo cinematografico di The Imitation Game di Morten Tyldum.

Sulla scena, invece, già da alcuni anni, Gianni De Feo interpreta in maniera superba e struggente il dramma “Alan Turing e la mela avvelenata” che racconta la vicenda singolarissima di questo genio inglese che, di fatto, ha inventato le macchine “capostipiti” dei nostri computer ma che decise di togliersi la vita, a soli quarantun anni, perché annientato nel fisico e nella psiche dalla castrazione chimica coatta a cui il governo britannico lo condannò, dopo aver scoperto la sua omosessualità.

Uno spettacolo costruito con grande maestria da Carlo Emilio Lerici che si offre allo spettatore come un oscuro incubo claustrofobico in cui Alan Turing rivive, accompagnato dalla voce della madre e da quella del giudice che lo condannerà, i momenti più intensi e vibranti della sua vita.

Nella rievocazione drammaturgica di Massimo Vincenzi, la personalità di Alan Turing sembra essere ossessionata dal giudizio e dall’interiorizzazione del giudizio, un giudizio che grava sull’esistenza del grande scienziato in maniera spietata, nonostante l’apporto incommensurabile offerto da Turing al destino bellico e tecnologico dell’umanità.

E nel finale-confessione commovente e mozzafiato che restituisce allo spettatore il dramma e la beffa che si cela dietro la tragica morte di Turing, morte di una Biancaneve “volontaria” che fabbricò in laboratorio la sua mela avvelenata,  cogliamo appieno l’atroce e paradossale epilogo esistenziale di un uomo che, dopo essersi prodigato con pervicacia per salvare la vita altrui in guerra, fu spinto da una società meschina e primitiva a rinunciare prima al proprio piacere, e poi alla propria stessa vita. Quella vita per cui nessun essere umano aveva avuto considerazione e rispetto e che era stata riscattata solo dalla “vita” delle macchine.

Ma le macchine non hanno pregiudizi. Gli uomini, purtroppo, sì.

Roma, teatro Belli, 20 Maggio 2017

Claudio Finelli