“Ammore e malavita”… e poi?

3 anni fa
5 Ottobre 2017
di gianmarco cesario

Chiariamo subito: fa sempre piacere quando un film italiano riceve consensi in occasioni ufficiali quali i festival, e lo stesso capita quando il botteghino premia il nostro cinema, spesso schiacciato da colossi americani. Per questo motivo, quando da Venezia arrivarono, un mese fa, le eco di entusiasmo di pubblico e critica nei confronti di tanto cinema made in Italy, la cosa non fece che accrescere un’aspettativa che è stata poi confermata dalla visione di un piccolo gioiello quale “Gatta Cenerentola”, predisponendoci al meglio per l’altro piccolo “caso” cinematografico, “Ammore e malavita” dei Manetti Bros.

Carlo Buccirosso e Claudia Gerini

Purtroppo in questo caso, però, non ci riesce di tessere altrettante lodi. È “Ammore e malavita”, a nostro avviso, un film che non rischia, un tentativo stilistico riuscito a metà, che strizza l’occhio a tanti nobili precedenti, senza trovare un suo stile, e la maggiore colpa è soprattutto da attribuire ad una regia più attenta ad un’estetica modaiola che a curare evitabili ingenuità interpretative degli attori lasciati ognuno nella propria individualità, a recitare il proprio personaggio utilizzando loro personali cliché, che va da sé, funzionano quando aderenti ad un ruolo come quello del boss don Vincenzo, che  Carlo Buccirosso adegua a sue precedenti interpretazioni (una fra tutte l’irresistibile Vito di “Noi e la Giulia “ di Leo).

Raiz

Il resto, a parte Antonio Buonomo (il cui contrabbandiere “de core” è stato già oggetto di altre sue interpretazioni teatrali) e Raiz (una piccola rivelazione per un non attore dal giusto fisique de role), è un noioso catalogo di personaggi da luoghi comuni, senza amalgama registica, che non aggiungono nulla ed, in alcuni casi, tolgono molto, alle capacità dei singoli interpreti: la solitamente bravissima Serena Rossi nei panni della ragazza semplice ed innamorata, figlia del popolo, con il riscatto amoroso e sociale dietro l’angolo, lascia parecchio perplessi, così come il suo partner, il fedelmente monoespressivo Giampaolo Morelli, nel suo ennesimo ruolo di belloccio, imbambolato, che sembra capitato lì per caso (praticamente suo unico ruolo da quasi un ventennio).Ma dove si raggiunge il punto più debole è con Claudia Gerini, che ancora una volta si rivela un’attrice mediocre, in grandi difficoltà, non tanto con il dialetto, per raggiungere la cui padronanza compie sforzi al limite dell’embolo, ma con un ruolo, sulla carta vincente, al quale non riesce a dare il benché minimo colore, rimanendo una figurina estetica e scolorita, e se l’intenzione dei registi era quello di farle fare il verso ai personaggi-icone quali Donna Imma e Chanel (le donne boss di Gomorra) questo tentativo è del tutto naufragato. Il problema fondamentale di questo film è che, in due ore abbondanti di cui il 70% serve a farci assistere ad un ennesimo videogioco di spari e morti, non riesce a trovare una strada tale da farsi davvero apprezzare. I Manetti si piegano alle leggi del gradimento cine-televisivo, componendo un minestrone di generi, senza la genialità ed il coraggio di quelli che appaiono i loro modelli, da Tarantino ad Almodovar, scivolando in maniera impermeabile, pur citandoli palesemente, sul kitch del b-movie anni 70, lo splatter da fumetto noir e le serie televisive filo-Gomorra. L’aggravante è che poi non si riesce ad identificare il punto di vista narrativo, che oscilla tra realismo e parodia senza tirare l’affondo, divertendo in maniera automatica a battute da cinepanettone (“Dove hai comprato quella ciambella? Al Mulino Bianco” dice don Vincenzo alla moglie che gli ha fornito una ciambella antidecubito per attutire i colpi al sedere ferito), lasciando in embrione dei momenti dai quali si sarebbe potuto partire per uno stile tutto Manetti, politicamente scorretti e per questo spiazzanti, quale il numero musicale a Scampia o il funerale con il morto che canta la sua incredulità, ma restano, ahinoi, solo momenti isolati in un mare di ovvietà, la quale regna sovrana nella canzone finale che si candida a sostituire, nel panorama dei luoghi comuni della neapolitan song, l’abusata “Città e Pullecenella”.

Gianmarco Cesario