Castrovillari: vent’anni di Primavera dei teatri

1 anno fa
4 Luglio 2019
di claudio facchinelli

foto di Angelo Maggio

Ha un che di rassicurante, dopo vent’anni, ritrovare intatti i paesaggi e i tratti urbani di questa cittadina, un tempo privilegiato luogo di sosta per i viaggiatori che percorrevano la strada statale delle Calabrie (allora SS 19), che da Battipaglia arrivava fino a Catanzaro. È quasi banale ritrovare le stesse nubi bianche e grigie appoggiate sulle pendici del Pollino; le colline scoscese coperte di ginestre; i solchi intagliati nelle soglie dei portoni, predisposti per l’ingresso dei calessi; i paracarri simili a pinnacoli, rifiniti con maestria da anonimi scalpellini.

Ma è quasi commovente ritrovare ogni volta anche le stesse figure: la bellezza severa di Tiziana; i modi spicci di Cilla; i tratti patibolari di Pasquale; il sorriso perennemente canzonatorio di Dario; quello ammiccante di Saverio; i modi da antico gentiluomo di Settimio; buona ultima, l’eleganza del porgere di Valeria.

Negli anni, Primavera dei teatri ha arricchito la sua offerta, sia sviluppando i laboratori, sia ampliando la sezione La primavera dei bambini, con proposte spettacolari tratte dal miglior repertorio di teatro ragazzi, sia allargando il suo raggio di osservazione, che ormai da anni ha superato i confini nazionali e, con il progetto Europe Connection in collaborazione con Fabula mundi, si è riaffermato come osservatorio qualificato della realtà teatrale contemporanea, come testimoniano alcuni lavori messi in scena da compagnie italiane su testi stranieri.

Le tendenze tematiche

Purtroppo, a causa della collocazione temporale dello spettacolo di Jan Fabre, The night writer. Giornale notturno, improvvidamente programmato alla vigila delle elezioni europee, ho perso la possibilità di assistere a quello che era uno dei lavori più attesi.

foto di Angelo Maggio

Era prevedibile, che il problema dei migranti trovasse spazio negli spettacoli proposti, eticamente opportuno per stimolare riflessioni sui pregiudizi di comodo, sulle fanfaluche diffuse ad arte dai social media. La nave fantasma, del Teatro della Marucada e Anomalia Teatri, su testo dell’altoatesina Maxi Obexer, si pone tale lodevole obiettivo, ma l’assunto si sfilaccia con inutili ammiccamenti al pubblico (come la presenza di un divertente ma incongruo sosia di John Belushi) e un uso drammaturgicamente poco integrato del video. Miracolo, di Sutta Scupa, affronta l’argomento in un registro surreale e macabro, ma il palermitano stretto dei due attori, e le didascalie illeggibili oltre la quarta fila di platea, non consentono allo spettatore alloglotta di coglierne lo sviluppo narrativo. La situazione distopica di Speaking Machine, della compagnia Ragli, su testo della catalana Victoria Szpumberg può anch’essa leggersi, pur con un finale che apre alla speranza, come conturbante metafora di un mondo dove il diverso viene disumanizzato e schiavizzato.

Le relazioni e i nodi problematici che si intersecano nella famiglia costituiscono da sempre un tema frequentato, anch’esso variamente declinato nel panorama di Primavera.

Il problema (testo e regia della giovane Paola Fresa, anche in scena) ci presenta con realismo le difficoltà che sorgono all’interno di una famiglia in presenza della sindrome di Alzheimer. Intrigante la struttura quasi didascalica della drammaturgia, scandita in episodi da un proteiforme Michele Cipriani, ma ciò che più rimane addosso è il momento di intimità senza veli della coppia di maturi coniugi, dove l’ottima Nunzia Antonino, assieme a Franco Ferrante, ci mostra come la tenerezza fisica possa abbattere anche le barriere comunicative della malattia mentale.

Apparentemente più leggero ed ironico Noi non siamo barbari, di Scena Nuda (testo del tedesco Philipp Löle, regia di Andrea Collavino). Ponendosi inizialmente come commedia brillante (in scena Filippo Gessi, Saverio Tavano, Teresa Timpano, Stefania Ugomari di Blas), vira poi nel noir e nel sociologico: l’accoglienza di un clandestino africano, accusato di omicidio, catalizza e fa esplodere le meschinerie, i pregiudizi (anche sessuali), le contraddizioni, le tensioni sotto traccia di due normali coppie borghesi.

Anche Per il tuo bene, scritto e diretto da Lorenzo Pisano (con Alessandro Bay Rossi, Marco Cacciola, Laura Mazzi, Marina Occhionero Edoardo Sorgente) affronta con feroce ironia le dinamiche della famiglia. La semplice ma ingegnosa invenzione scenografica di Giulia Carnevali segna la distanze da una rappresentazione puramente realistica della vicenda, e ne sottolinea ed esalta la lettura satirica.

Sorprende, nel panorama di questa Primavera, la diffusa, inquietante presenza del male di vivere, del decadimento fisico, della morte, come un’ombra oscura, la cui inquietante e reiterata emersione, tanto più singolare in quanto nessuno dei teatranti che l’hanno evocata ha superato la boa della terza età, meriterebbe una approfondita riflessione socio-antropologica.

foto di Angelo Maggio

Già presente nel sopra citato Il problema, diviene esplicito in Aldilà di tutto (ATIR), affrontato con lievità, ma intriso di evocazioni autobiografiche, dall’affiatata coppia Valentina Picello e Chiara Stoppa; ritorna poi nella parola gravida e barocca di Testori, felicemente incarnata da Roberto Latini in In exitu; fino a Lo psicopompo, di e con Dario De Luca.

Altro tema, non meno sconcertante, in qualche modo trasversale, presente anche in alcuni dei lavori già citati, è quello della violenza. Alfonsina Panciavuota (Teatro dall’armadio) e La ragione del terrore (Teatro Koreja) raccontano due storie molto simili, ambedue efficaci ma diverse nella forma drammaturgica: la rabbia popolare che giunge all’uccisione di tre donne anziane, sostanzialmente inermi e incolpevoli, se non di appartenere a una classe sociale di per sé oppressiva ed arrogante. La prima, densa di afrori sardi, è scritta e interpretata con toni di verità da Fabio Marceddu, in un registro narrativo sobrio e misurato; la seconda, connotata dal porgere rabbioso, quasi selvaggio di un bravissimo Michele Cipriani, cui fa da contrappunto la silente, ma non meno espressiva maschera, di Maria Rosaria Pinzetta (un’affascinante, penetrante volto di donna mediterranea), si avvale della scrittura sapiente di Michele Santeramo. La violenza, colorata di tinte ironiche e surreali, frizzante nella sua atipica struttura drammaturgica (sette brevi quadri narrativamente indipendenti), è declinata nello spiritoso, brillante Contro la libertà del catalano Esteve Soler. Con una strizzata d’occhio al grand guignol, si evoca un mondo alla rovescia, ove sembra accettarsi la pedofilia, lo sfruttamento della manodopera degli immigrati, si squadernano le segrete coprolalie fra amanti, si stigmatizza la pericolosa perversione dell’attitudine alla lettura. In un’intelligente scena fissa multiuso, con cambi sena a vista e un ritmo incalzante, la giovane compagnia Divina mania, dei poliedrici Mauro Lamanna e Gianmarco Saurino, affiancati dell’esordiente Elena Ferrantini (duttile, seducente, mai volgare) rivela un possesso disinvolto del mestiere teatrale.

foto di Angelo Maggio

A una strage familiare perpetrata in Francia all’inizio dell’800 si ispirava Sangue del mio sangue, di Kronoteatro. Ma Riccardo Spagnulo, autore e regista, invece di approfondire le oscure, complesse pulsioni che l’avevano causata (l’assassino è un ventenne apparentemente sano di mente), muovendo da un compendioso saggio di Michael Foucault, sceglie di estrarre la vicenda dal suo contesto storico, e di montarla in parallelo con le vicende personali di due secondini; ma il risultato teatrale è modesto.

L’impegno civile si affaccia in Patruni e sutta – peripezie della libertà e dell’illibertà di Carullo-Minasi / La corte ospitale, che si rifà a L’isola degli schiavi, di Marivaux; tuttavia l’operazione, culturalmente ambiziosa, che vorrebbe anche interrogarsi sul ruolo del teatro, non riesce a decollare sul piano spettacolare.

I linguaggi

Il sottotitolo di Primavera dei teatri è, da sempre: “nuovi linguaggi della scena contemporanea”.

Ora, se l’appartenenza alla categoria della scena contemporanea è un fatto oggettivo, vorrei dire banalmente anagrafico, sui nuovi linguaggi mi sono posto delle domande. A lavori di buona qualità testuale, registica e attorale, portatori di idee stimolanti, come alcuni di quelli sopra citati, è arduo riconoscere tuttavia una novità di linguaggio.

Non avrebbero quindi diritto di accesso a Primavera dei teatri? Non mi sentirei di sostenerlo, anche per il rispetto dovuto a una direzione artistica che in vent’anni ha dimostrato notevole acutezza, scovando spesso artisti pressoché sconosciuti, che hanno, nel tempo, avuto il giusto riconoscimento. Forse la scena contemporanea sta rimeditando sulle forme tradizionali, su quel sano, antico concetto di “lavoro ben fatto”, oggi giustamente rivalutato, dal quale il teatro, classico o contemporaneo che sia, non può prescindere.

foto di Angelo Maggio

Ciò premesso, proseguirei il mio sommario resoconto della ventesima Primavera dal punto di vista dei linguaggi, e della loro originalità.

Sotto questo rispetto, la proposta più interessante è La classe – un docupuppet per marionette e uomini, uno spettacolo dichiaratamente autobiografico di Fabiana Jacozzilli, il cui intelligente progetto autorale e registico si realizza felicemente nei pupazzi creati da Fiammetta Mandich, una scenografa che confessa di non aver mai costruito marionette, che trovano invece identità e suggestione di vita, nel solco del grande teatro di figura: dei Colla, della Guarattelle di Bruno Leone, delle chagalliane creazioni del georgiano Rezo Gabriadze.

Di segno diverso, ma non meno originale la proposta di Sêmi. Senza infamia e senza lode, di Stivalaccio Teatro (testo e regia di Marco Zoppello). Qui la frequentazione con teatro popolare e la commedia dell’arte della compagnia sortisce una vicenda grottesca, a metà strada fra Il dottor Stranamore e Sturmtruppen. Elementi salienti sono le maschere, trasparente citazione della grafica di George Grosz, al servizio di una feroce satira della stupidità e follia autodistruttiva del potere militare (e non di quello solo).

Ma una menzione particolare merita ancora il già citato La ragione del terrore, dove la coppia Cipriani e Ponzetta entra ed esce con disinvoltura dall’incredibile casupola progettata da Bruno Soriato: una prospettiva illusoria e deformata, che richiama le scenografie del cinema espressionista tedesco.

Anche Teatrino Giullare fedele alla sua poetica di meticciato fra teatro di figura e teatro d’attore, mette in scena con Menelao un testo di Davide Carnevali, con il supporto del liuto di David Sarnelli: una spiritosa attualizzazione della storia di un uomo ricco e fortunato, ma condannato dal mito a un ruolo perennemente secondario. Notevole l’impegno produttivo, anche nella scenografia. Particolarmente suggestiva la nascita di Pallade Atena, partorita vestita ed armata, dalla testa dolorante di un imponente Zeus.

foto di Angelo Maggio

Dove la varietà dei registri espressivi (la parola, l’arte figurativa, la suggestione della nudità) non riesce a coagulare in un tutto organico è nel pretenzioso Immagini di un paesaggio eroico, di Nova Melancolia. Si apprezzano alcune eleganti invenzioni plastiche e figurative; meno l’introduzione di noci in un orifizio fisiologico, e la loro successiva espulsione. Ma ancor più irritante risulta la infelice restituzione di brani dalle lettere di Rosa Luxemburg (che nelle dichiarazioni della compagnia avrebbero fornito l’ispirazione dello spettacolo), in bocca a performer stranieri, privi di quale che sia competenza attorale.

La pluralità dei linguaggi (parola, musica, video) si compone invece con efficacia ed armonia in Tutt’intera. Sulla figura di Vivian Maier, americana di ascendenza europea e probabilmente ebraica, inconsapevole e misconosciuta antesignana della fotografia di strada, il giovane drammaturgo francese Guillaume Poix ha scritto un testo teatrale, al quale Tamara Bartolini e Michele Baronio traggono un oggetto spettacolare intrigante e suggestivo. Le migliaia di scatti, ritrovati dopo la morte di Vivian, proiettati sulla scena in modo sghembo, spesso volutamente sfocate ci restituiscono dinamicamente, col contrappunto discreto della chitarra di Michele, la figura dell’artista, tesa a rincorrere e catturare l’immagine sfuggente dell’altro da sé. La narrazione di Tamara, appassionata, a cascata, non biografica, pone il problema della possibilità di cogliere la realtà nella sua interezza; fino a indurre, si parva licet componere magnis, una riflessione epistemologica sulle implicazioni del principio di indeterminazione di Heisenberg.

Ma il lavoro più atteso di questa ventesima edizione di Primavera dei Teatri era Psicopompo, prodotto da Scena Verticale, di e con Dario De Luca e con Milvia Marigliano.

foto di Angelo Maggio

Non era solo il tema della morte, affrontato in uno dei suoi aspetti più impronunciabili, cioè l’eutanasia, a rendere lo spettacolo gravido di aspettative, ma anche il particolare spazio scenografico in cui era proposto: gli inconsueti e fascinosi luoghi di Art box, a Cosenza, sulla sponda del fiume Crati. “Siamo stati afferrati dallo spazio, che ha dettato legge”, ammette Dario.

Lo spettacolo narra dell’incontro, e del successivo drammatico declinarsi ed evolversi, del rapporto fra un professionista della buona morte (appunto lo psicopompo del titolo, il traghettatore di anime delle tradizioni infere) e la sua paziente, in cui riconosce la propria madre.

Il pubblico, che si trova all’aperto, di fronte alla grande vetrata di una sorta di casa vetrina, vi assiste con una partecipazione empatica, quasi indiscreta, grazie al raffinato disegno sonoro di Hubert Westkemper, che trasmette in cuffia le sfumature più segrete cui una Milvia Marigliano, al meglio della sua maturità professionale ed umana, conferisce i toni di dolorosa ma contenuta disperazione. In più, una sorprendente, densa partitura di suoni e rumori obbliga lo spettatore a sollevare di tanto in tanto la testa, per sincerarsi della provenienza di uno scoppio di un tuono, del passaggio di un aereo. Fino al colpo di scena finale.

foto di Angelo Maggio

Una scommessa coraggiosa, quella di Dario, ma vincente: sia sul piano della scrittura e della regia, sia su quello attorale, nell’impegnativo confronto con Milvia.

Claudio Facchinelli