Cin Ci Là: quando la leggerezza è anche un fatto di stile

5 anni fa
16 Febbraio 2016
di antonio gargiulo

Si può fare ancora un teatro d’intrattenimento leggero e scanzonato senza scadere necessariamente  nell’ovvietà e nella volgarità? Si può ancora attrarre e divertire il pubblico del terzo millennio con un genere di “nicchia” come l’operetta? Si può proporre un genere musicale costituito da trame semplicissime, al limite dell’ingenuità, e del tutto inverosimili senza apparire banali e patetici?

Si può, infine, offrire un teatro “musicale” che non abbia la struttura imponente dei grandi musical e riuscire a riempire ugualmente le sale?

Stando a vedere gli esiti dell’ultima produzione della Compagnia Italiana di Operette, Cin Ci Là di Carlo Lombardo, la risposta ai precedenti interrogativi è assolutamente affermativa.

La bizzarra storia del fidanzamento della giovane e timida Principessa Myosotis e del Principe Ciclamino che si intreccia con le estemporanee libidini dell’attrice Cin Ci Là e del suo accompagnatore Petit Gris, si svolgono sullo sfondo di una lontana ed esotica Macao, un’ambientazione assolutamente in linea con il gusto incline all’esotismo che ha caratterizzato l’arte della prima metà del XX secolo (quest’operetta andò in scena per la prima volta a Milano, nel 1925).

La bravura degli interpreti di questa edizione di Cin Ci Là, a partire dai due protagonisti assoluti Victor Carlo Vitale e Silvia Santoro e della coreografa Monica Emmi (che coordina un corpo di ballo d’eccezione in cui spicca l’esperienza di Maria Teresa Nania) si incontra con una sapiente direzione registica che ha immaginato una messinscena che, senza perdere la leggiadra genuinità del testo e senza tradire un certo rigore filologico del libretto, dialoga con la contemporaneità amplificando due cifre già presenti in Cin Ci Là: il ritmo estremamente brioso e allegro e una gradevole smitizzazione dei mondi lontani e inaccessibili.

Insomma, dall’operetta, genere spesso snobbato per la sua affinità con una dimensione culturale dichiaratamente borghese e disimpegnata, senza dubbio “fuori moda”, sembra arrivarci un insegnamento importante relativamente alla possibilità di fare operazioni teatrali che siano al tempo stesso comiche ed immediatamente godibili, mantenendo alto il gusto per una dialettica raffinata e  la cura apprezzabilissima dei dettagli e dei particolari, a partire dagli splendidi costumi disegnati per l’occasione dalle Sorelle Ferroni.

Claudio Finelli