La Piaf di De Feo: il canto immortale dell’amore tragico

4 anni fa
18 Aprile 2017
di alessia coppola

“Grido d’amore – Edith Piaf” è uno spettacolo in scena da diversi anni, piccolo grande classico del teatro contemporaneo, scritto da Ennio Speranza e diretto e interpretato da un bravissimo Gianni De Feo.

In effetti, di spettacoli sul mito Piaf ne sono stati prodotti parecchi anche perché il “passerotto” di Belleville ha sempre suggestionato la creatività e la fantasia di attori, cantanti e autori per l’elevatissimo tasso di drammaticità e teatralità della sua euforica e disperata esistenza.

Lo scarto evidente tra questa messinscena e tante altre sta nella capacità di rievocare la Piaf senza imitare la Piaf, di far rivivere la temperatura umana e sentimentale di un’eroina divina e tragica senza effusioni melodrammatiche e artefici mimetici, di raccontare una storia universale con passione e semplicità, senza giudizi e senza censure, restituendo alla Piaf la complessità del suo tormentato e inquieto mondo interiore.

I fantasmi interiori della Piaf, infatti, prendono corpo e si manifestano in scena nel gesto e nella voce di Gianni De Feo che, nelle vesti di un colorato clochard bohemien, racconta la sua Piaf come raccontasse l’unico dono ricevuto da una vita di cui non ha voluto o potuto godere, come se, nell’ascesa e nella caduta della grande artista francese, rivivesse la febbre delle sue stesse ambizioni e l’inutilità di qualsiasi effimera gloria terrena.

Accompagnato dal bravissimo fisarmonicista Marcello Fiorini, lo spettacolo di De Feo è un grido d’amore perché contiene in se la violenza, perfino erotica e sensuale, della passione e dell’innamoramento ma anche l’angoscia di chi scopre che neppure per l’amore, per il grande amore, vige un qualsivoglia principio di giustizia o clemenza divina.

E così, nell’ultima tranche dello spettacolo, De Feo, dopo aver intonato i grandissimi successi della Piaf, da Padam Padam a Je ne regrette Rien, passando per Milord, La vie en Rose e Sous le ciel de Paris, ci lascia con la struggente traduzione in italiano di Les amants d’un jour che Herbert Pagani, per primo, portò al successo in Italia con il titolo di Albergo ad ore, una scelta probabilmente non casuale, questa di De Feo, perché la canzone, interpretata anche dalla Vanoni, da Mastelloni e da Paolo Rossi, fonde perfettamente eros e thanatos in un nodo gordiano d’eternità e d’assoluto che infrange le contingenze determinate del tempo e dello spazio ma anche dei generi e delle convenzioni sociali: nulla di più adatto, dunque, alla vita, all’arte e al mito dell’amata Edith Piaf.

Roma, teatro Lo Spazio, 09 Aprile 2017

Claudio Finelli