“Gabbiano”, al Piccolo Teatro Studio Melato la affascinante ambiguità di Čechov

5 anni fa
19 Gennaio 2016
di claudio facchinelli

Di fronte all’interpretazione, sicuramente originale e coraggiosa che Carmelo Rifici ha offerto del Gabbiano, vien naturale porsi un’annosa, ricorrente domanda: quali sono i limiti alla libertà che il regista può legittimamente prendersi sull’autore?

Nel caso di ?echov, fu proprio Stanislavskij a realizzare letture registiche che Anton Pavlovi? non condivideva, ma che contribuirono alla fortuna dei suoi testi teatrali in tutto il mondo. E ciò ha indotto un’immagine deformata della poetica teatrale ?echoviana: l’equivoco di una scrittura ove abbondano i puntini di sospensione, le languidezze tardo-romantiche. Non dimentichiamo che ?echov chiama “commedia” Il giardino dei ciliegi, il Lešij, lo stesso Gabbiano (o, nel caso di Zio Vanja, “scene di vita campestre”): tutte opere che noi, sulla scorta della grande drammaturgia europea coeva, definiremmo “drammi”.

Rifici spazza via qualsiasi retaggio stanislavskiano. I suoi attori si muovono in uno spazio non realistico, ma dalle intense, trasparenti fascinazioni simboliche. Il testo è rispettato in modo rigoroso, ma la regia sembra posare sui personaggi uno sguardo disincantato che, se da un lato consente di evidenziare con chiarezza i complessi nodi relazionali che li legano, dall’altro ne asciuga i caratteri, presentandoli tutti come ugualmente falliti, cinici, velleitari, immersi in una comune palude di meschinità. Inoltre, anche quell’intricata, contraddittoria rete di legami affettivi, che nel testo riamane sotto traccia, nella regia di Rifici emergendo attraverso approcci più scopertamente sessuali, perde quell’alone di ambiguo pudore, di tensione emotiva non risolta, che è tipica della tessitura drammaturgica – e narrativa – ?echoviana.

È precipua di ?echov una geniale, affascinante ambiguità di scrittura: le considerazioni sull’arte, sulla poetica, sul senso e la vocazione dello scrivere che mette in bocca a Trigorin e a Kostja, esprimono le idee sue proprie sulla letteratura, ma esposte come in understatement, in un contrasto dialettico che è solo apparente.

Bisogna tuttavia riconoscere che gli interventi di Rifici, forse opinabili ma rispettabili, hanno quasi sempre una loro coerenza, e sortiscono un buon effetto spettacolare.

Tenere in scena, per tutto il tempo, la quasi totalità degli attori crea nei personaggi una sotterranea consapevolezza di cosa sta succedendo.

Sono gli attori stessi a muovere a vista, sia gli scarni elementi scenici (ora in funzione di tavoli, ora sedili, ora componenti di un precario palcoscenico), sia i sontuosi tendaggi rosso sangue: espedienti che, uniti alla lettura delle didascalie, esplicitano la finzione teatrale, estendendo all’intera azione drammatica quel geniale momento di teatro nel teatro costituito dall’oscura ma inquietante esibizione di Nina.

La ricca, intrigante colonna sonora, anch’essa prodotta in scena, dal vivo, da un bravissimo attore/musicista (Zeno Gabaglio), ora con un violoncello classico, ora con strumenti elettronici, aggiunge allo spettacolo uno spessore emotivamente rilevante.

Più discutibili, ma non peregrini, i siparietti musicali – vere e proprie esibizioni canore – al posto del canticchiare indicato dal testo. Meno comprensibile l’inserimento di momenti ipercinetici, come la crisi di cuore del vecchio Sorin (un disincantato, infermo, ma ancor sensualmente vitale Ruggero Dondi), che qui diventa un attacco di epilessia; così pure i patetici pedalini col buco di Trigorin (peraltro, uno splendido Fausto Russo Alesi).

Felicissime le invenzioni scenografiche di Margherita Palli, che suggeriscono senza mostrare; intrise di elementi simbolici, come i gabbiani, sospesi a una cascata di corde pendenti.

Un’affiatata squadra di interpreti conferisce spessore di autenticità ai non facili personaggi, in un testo dove, come spesso in ?echov, tutti sono protagonisti. Oltre ai già nominati, da citare ancora almeno Anahì Traversi, una Nina fresca, teneramente maldestra; Maria Pilar Perez Aspa, coraggiosamente invecchiata nel ruolo di Polina, moglie stanca ma ancor vogliosa; Giorgia Senesi, nel complesso, contraddittorio personaggio dell’Arkadina; buona ultima, Mariangela Granelli, che riesce a rendere credibile un’ondivaga, nevrotica, Maša.

Ma, dove l’intervento registico risulta incomprensibile è nel finale: perché mai Kostja strozza Nina, a mani nude, prima di suicidarsi fuori scena con un colpo di pistola? Un atto, a sommesso parere dello scrivente, insensato, anche nella astrusa ipotesi di un gesto simbolico od onirico.

Un’ultima osservazione: in un’operazione produttiva ed artistica di tale indiscutibile impegno, perché non insegnare agli attori come si pronunciano i nomi e i toponimi russi, più o meno nella lingua di Anton Pavlovi??

Claudio Facchinelli

Gabbiano di Anton Cechov.
Adattamento e regia di Carmelo Rifici. Scene di Margherita Palli, costumi di Margherita Baldoni
musiche di Zeno Gabaglio, luci di Jean Luc Chammonat.

Con: Antonio Ballerio, Giovanni Crippa, Ruggero Dondi, Zeno Gabaglio, Mariangela Granelli, Igor Horvat, Emiliano Masala, Maria Pilar Pérez Aspa, Fausto Russo Alesi, Giorgia Senesi, Anahì Traversi.

Produzione LuganoInScena in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro Sociale di Bellinzona

Visto al Piccolo Teatro Studio Melato il 12 gennaio 2016