La tragica attualità dell’omofobia
nel teatro di Mario Gelardi

6 anni fa
21 Marzo 2015
di antoniomocciola

Interessante caso di spettacolo che cambia cast e colore scenico senza perdere un grammo di intensità, “12 baci sulla bocca” di Mario Gelardi torna a Napoli, al Nuovo Teatro Sanità, ottenendo sempre un riscontro di pubblico raramente avverito in questi anni di assuefatto grigiume. Non si tratta solo di presenze paganti, ma di un fervido ed appassionato coinvolgimento. Ben venga, specie se – in un clima sociale così rancoroso – si riflette sulle derive omofobiche non solo della plebe, ma anche delle istituzioni, quando va bene assenti, spesso addirittura smaccatamente ostili alle pur timidissime richieste (rispetto al resto d’Europa) delle associazioni e delle persone omosessuali. In questo senso, rispetto alla Napoli degli anni ’70, niente sembra essere cambiato. L’energumeno che, per punire il fratello coinvolto in una relazione gay con un cameriere del loro ristorante, massacra quest’ultimo per lavare l’onta familiare, è una figura tutt’altro che démodé. Antonio, il fratello omofobo, che Ivan Castiglione destreggia con energica autoironia, ma poi con credibile e compressa crudeltà, ben contrasta con l’impacciato e dimesso Massimo (Andrea Vellotti, che ha il merito di aver sposato da sempre il progetto). Ma in questa versione brilla di luce propria la straordinaria interpretazione dell’ex enfant prodige, ed ora attore maturo, Adriano Pantaleo. Se l’ottimo Francesco Di Leva interpetò il cameriere Emilio con ferino e burino candore, Pantaleo gli dona una verità di cristallina, delicata perfezione. Il suo vibrante amore libero e incondizionato, e il castigo relativo, sono coinvolgenti e avvolgenti come la catartica, nuda danza che libera anche Massimo dalle paure represse. Il sanguinare finale del piccolo grande cameriere, sulle note di Ipocrisia di Angela Luce, resta un momento di indimenticabile teatro, acuto finale di una performance di misurata, eppure densissima, espressività. Merito anche dell’acuta regia di Giuseppe Miale di Mauro, e della filologica ricerca musicale che inchioda il 1975 a tutti i suoi inquieti crismi. Sullo sfondo, i comunisti e i fascisti (pochi a quei tempi, quelli di adesso allora si travestivano da democristiani), e la solita Napoli selvaggia e violenta. E in questo, sembra passato solo un colpo di tosse, e non 40 anni. Pantaleo aggiunge un solido gradino alla sua giovane carriera, mostrando coraggio non solo nel nudo scenico (che, ancora oggi, non è da tutti), ma anche per l’adesione totale a uno spettacolo ambizioso che può essere amato ma anche detestato. Per questo motivo, soprattutto, “12 baci sulla bocca” è già un classico. E scusate se è poco.
Antonio Mocciola