LES AIGLES DE CARTHAGE – un corto di Adriano Valerio

2 settimane fa
10 Novembre 2020
di antonio gargiulo

Alla Mostra del Cinema approda Les aigles de Carthage

Dopo la prima alla Mostra del Cinema di Venezia, nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica,e il successo riscosso in diverse rassegne cinematografiche internazionali (Miglior film al PerSo Perugia Social Film Festival), approda al MedFilm Festival “Les aigles de Carthage” di Adriano Valerio.

Indietro fino al 2004

Il film prende spunto dalla storica partita del 14 Febbraio 2004 allo Stadio Olympico di Radès. In quella data la Tunisia vinse la Coppa d’Africa battendo per 2 a 1 il Marocco. L’opera di Valerio declina in chiave tecnica, intima e politica la portata di una sfida sportiva. E lo fa raccontando un evento che, in epoca di dittatura, costituì uno straordinario momento di coesione sociale per il popolo tunisino. L’opera sarà proiettata in versione francese con sottotitoli in inglese sulla piattaforma MyMovies.it giovedì 12 novembre alle ore 17:30.

Esplorando diversi contesti territoriali

Come in ogni sua opera, Valerio esplora nuovi contesti territoriali e latitudini geografiche. “Una serie casuale di eventi – afferma il regista – mi ha portato a scoprire questa partita. La Tunisia non solo non aveva mai vinto la Coppa d’Africa, ma veniva da disfatte umilianti. Aveva un dittatore (Ben Ali) pronto a sfruttare l’eventuale vittoria come un trionfo personale. E che avrebbe potuto alimentare ulteriormente il culto della propria persona e del proprio regime. Quello tunisino è un popolo calorosissimo, appassionato di calcio. E a detta di alcuni storici, proprio i festeggiamenti del 2004 ebbero un ruolo chiave nel creare la coesione sociale germogliata fino alla rivoluzione del 2011. Ho deciso di raccontare questa partita declinandola attraverso le parole di diversi personaggi che, a distanza di quindici anni, ne rivivono il ricordo”.

L’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo

Valerio rivolge il proprio sguardo sul forte legame che il calcio riesce a creare, avvicinando intere comunità e diverse generazioni in quella che Pasolini definiva ‘l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo’.
Il corto, una produzione Full Dawa Films in co-produzione con Sayonara Film, APA, French Lab Agency, Les Cigognes Films e distribuito in Italia da Elenfant Distribution, sarà presentato prossimamente anche al Matera Sport Film Festival.

Qualcosa di Adriano Valerio

Da bambino, come molti coetanei, passavo giornate intere a giocare a pallone nel cortile del mio palazzo, in provincia di Milano. La mia passione per questo sport proseguiva nelle vesti di tifoso, sfegatato, dell’Inter. Negli anni mi sono reso conto che spesso il calcio (giocato o discusso) mi ha permesso di abbattere delle barriere nelle relazioni interpersonali. Che fosse nella mia vita quotidiana o nel corso dei tanti viaggi che, per passione o per lavoro, mi hanno portato in diversi Paesi del mondo. Ho incontrato persone giocando a calcio sulla Piazza Meskel, ad Addis Abeba, sui campi de Zambia e Burundi e persino sull’unico campo di Tristan da Cunha. In netta pendenza e dove vince sempre chi gioca in discesa. Ho vissuto l’esperienza straordinaria di vedere il Boca segnare nella Bombonera di Buenos Aires, ed, esultando, spaventarmi sentendo gli spalti tremare al boato dei tifosi.

Il fascino della Coppa d’Africa

In tale ambito calcistico, la Coppa d’Africa è una competizione che mi ha sempre particolarmente affascinato. L’ho seguita soprattutto nelle mie due città di adozione, Palermo e Parigi. Nell’Oratorio di Santa Chiara, a Ballarò, dove tutta la comunità dell’Africa Centrale si ritrova per guardare le partite su un grande schermo all’aperto. Oltre che nei bar del Boulevard de Belleville, con la comunità nordafricana. Ho sentito quell’adrenalina dei tifosi, che provo ogni volta in cui gioca la mia squadra.

L’utopia del calcio, un riscatto sociale

Come asserisce Eduardo Galeano, infatti, “Il calcio rappresenta un’utopia, un riscatto sociale, un’opposizione al potere (…) perché anche se il Potere cerca sempre di manipolarlo, continua ad essere l’arte dell’imprevisto”.
Il calcio è comprensibilmente odiato da molti perché si tratta di un sistema con un immenso indotto economico, che soffoca altri sport e soprattutto molti temi di attualità. Chi non ama il calcio percepisce la passione per questo sport sostanzialmente come una forma di demenza collettiva. Io, al contrario, faccio parte dell’enorme comunità che ama questo gioco, e forse addirittura di una setta più ridotta che ne è ossessionata, nel senso che il calcio mi affascina in tutti i suoi aspetti: come tattica, occupazione degli spazi, valorizzazione del singolo attraverso il collettivo e del collettivo attraverso gli individui. Mi entusiasmano i virtuosismi dei giocatori di talento, del presente e del passato. Mi affascina il rito sportivo, ad ogni livello – anche amatoriale.

Il rumore dei tacchetti negli spogliatoi, i dettagli del pre-partita.

In tale contesto, mi ha molto appassionato poter sentire la colonna sonora del campo, nelle partite giocate a porte chiuse. Mi piace la letteratura sportiva, specialmente quella sudamericana. Ma amo il calcio anche come fenomeno sociale e come rito, in questo caso, popolare.
Il film prova a fare coesistere tutti questi aspetti.