“Lovers film festival”, la svolta soft
del cinema GLBTQI

3 anni fa
23 Giugno 2017
di antoniomocciola

Rieccolo: ora si chiama Lovers film festival, ha una nuova direttrice artistica (la giovane regista Irene Dionisio), un nuovo logo e nuove date, molto più sbilanciate verso l’estate. Motivi organizzativi, s’intende, figli di una rivoluzione politica che ha visto l’avvento di Chiara Appendino al Comune di Torino dopo anni di reggenza PD. Ma per il resto, l’identità resta intatta: il festival del cinema gay sotto la mole resta un faro in Europa per il settore, e non solo. Ammesso che abbia senso (e secondo noi lo ha) parlare ancora di “settori”. Il ruolo di Giovanni Minerba, che con Ottavio Mai questo festival lo ha creato 36 anni fa, adesso è di Presidente. Ma la sua presenza sul palco, soprattutto nella serata inaugurale, rassicura e conforta, nel segno di una continuità che, ci si augura, non sarà solo sterile omaggio formale. Con gli inevitabili problemi che l’afa di giugno (e la coincidenza con il Gay Pride) ha creato in termini di afflusso al bottegino, il Lovers FF è andato a segno soprattutto per quanto riguarda la qualità delle proposte artistiche. Il merito della giovane ma esperta Dionisio appare qui lampante. La serata inaugurale ha spaccato il cronometro senza sbavature, condotta con tangibile emozione dalla neo-direttrice artistica. Toccante l’omaggio di Pino Strabioli a Lucio Dalla e Umberto Bindi, efficaci i ricami musicali degli Gnu Quartet, luminosa la presenza di Violante Placido, tutta d’oro vestita, in versione cantante (non memorabile, a onor del vero).

La serata di chiusura è stata fagocitata (piacevolissimamente) dalla straordinaria performance della poetessa Patrizia Cavalli, accompagnata dalla chitarra di Diana Tejera. Avercene, di talenti così. Anche qui tempi rispettati perfettamente, e questo è un merito che va continuamente sottolineato.

In mezzo, i film: noi abbiamo apprezzato gran parte delle proposte, con picchi di vera eccellenza. “Tom of Finland”, a cui è toccato l’onore e l’onere di aprire il Festival, è un vivido ritratto del celeberrimo illustratore, un biopic ricco di pathos applauditissimo dalla sala gremita.

Altrettanto interessante il film inglese “Just Charlie”, storia di un adolescente calciatore che di nascosto di veste da ragazzina, accompagnato nel suo percorso da una famiglia prima riluttante, poi partecipativa anzichenò. E una volta tanto, anche con lieto fine. Tra i corti, segnaliamo “Blind Sex” (una ragazza non vedente scopre il sesso capitando per caso in un campo nudista) e “Exercise one”, sulle difficoltà pratica di fare sesso per una neo-donna. Fuori bersaglio l’inspiegabile “Danca macabre”, piccolo numero danzato cui manca qualsiasi attinenza con la tematica Glbtqi.

Notevolissimo “Mr Gay Syria”, documentario sulla condizione dei gay siriani, squarcio su un mondo poco noto, che commuove e sgomenta. Non a caso la Giuria lo ha insignito di un premio speciale, assegnando invece la vittoria al taiwanese Ri Chang Dui Hua.

I destini diversi di due giovani calciatori-amanti (l’uno diventa una star, l’altro si ritira) sono il tema di “The pass”, tesissimo psico-dramma britannico sul mondo dello sport, che non tollera diversità. Splendida la performance degli attori.

Estenuante per lunghezza (141 minuti) ma molto bello il film francese “Jours de France”. Un pelo di spocchia transalpina, con evitabili momenti surreali, non guasta il gran lavoro di Jerome Reybaud: un uomo in fuga fino ai confini dell’Italia é inseguito tramite Grindr dal suo compagno. Idea geniale, realizzazione lucida ma appesantita da un lirismo paesaggistico troppo sottolineato.

“Taekwondo”, film argentino, è una giostra felice per lo spettatore voyeur (otto manzetti condividono stanze, piscine, saune e occhiate più o meno furtive) ma oltre questo poco offre, mentre “The wound”, che si accapparra il premio come miglior film, è un inedito viaggio in Africa tra riti tribali e amori omosessuali. Molto coinvolgente, ed anche ben recitato. Meritava la vittoria? Forse no, ma il messaggio arriva forte e chiaro: di questi film c’è bisogno come il pane. E dunque bene così.

Gli altri premi: per il Concorso Iconoclasta premiato lo svedese “Mephobia”, miglior corto lo svizzero “Millimeterle”, per il premio Gio’ Stajano, assegnato da Willy Vaira, biografo ufficiale dell’artista salentina, premiato il cortometraggio brasiliano “Meu corpo é politico”, mentre il pubblico ha premiato il filippino 2 Cool 2 Be 4gotten.

Ricco il parterre, da Eva Robins (una dei giurati) fino a Jasmine Trinca, reduce dai trionfi di Cannes. Ma più di tutti ha vinto il cinema. Il che spazza via veleni e polemiche, alcune di queste davvero pretestuose. Il Torino Film Festival ha la sua storia incisa sulla pelle, e la benzina necessaria per andare avanti ancora a lungo.

Antonio Mocciola

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