Nel nome del Padre, del Figlio e dell’Integrazione

3 settimane fa
7 Ottobre 2020
di antonio gargiulo

“Stay Hungry” di Angelo Campolo a Firenze

Nel cartellone della rassegna Materia Prima, Angelo Campolo figura accanto ai grandi nomi di Elio Germano e Fanny & Alexander. Il suo “Stay Hungry. Indagine di un affamato”, vincitore del Premio “In-Box” 2020, va in scena mercoledì 16 settembre nel Chiostro Grande di Santa Maria Novella. Siamo in uno spazio suggestivo, elegante; l’atmosfera sacrale contrasta con la tematica dello spettacolo, la fame. Eppure il luogo richiama la storia raccontata: all’interno di un convento, un Campolo di qualche anno più giovane si trova coinvolto nel progetto di un laboratorio teatrale destinato a giovani immigrati; uno solo l’obiettivo: integrazione.

Le parole ricorrenti nel nostro linguaggio, per moda o abitudine, rischiano di perdere il proprio senso, di ridursi a banalità. «Progetto regionale: integrazione; progetto ministeriale: integrazione; escono duecentottantasei bandi con la parola integrazione; l’ennesimo bando sull’integrazione […] nel nome del Padre, del Figlio e dell’Integrazione» afferma Campolo con tono spazientito e in aperta polemica con ciò che è facile o di tendenza, ricordando gli ultimi versi in musica di Gandhi del cantature Mannarino. Da attore a operatore socio-culturale a missionario il passo è breve; la via d’uscita è ricordare di non ridursi «da persona a concetto».

“Stay Hungry. Indagine di un affamato” parla della fame in senso letterale ma anche come metafora: fame di lavoro, di riscatto, di stabilità economica, di sogni, di benessere fisico e psicologico. Fame di libertà. Il Bel Paese, per esempio, è affamato di contraddizioni: Sud e Nord, sinistra e destra, strade dissestate e treni ad alta velocità, nero e bianco, locandiere e cliente, profano e sacro, caffè ristretto a 80 centesimi e caffè d’orzo in tazza grande che costa almeno il doppio se preso in un qualunque bar di Milano. È qui che comincia la storia.

Davanti a un caffè, un attore-regista è alle prese con quella che sembra l’unica possibilità di ingaggio lavorativo: un bando. Il protagonista si chiama (questa volta) Angelo Campolo. Tra progetti e residenze, anche i mestieri del teatro gravitano attorno a quello che sembra l’unico mondo possibile fatto di precarietà, migrazioni da città a provincia, bandi a tema sociale e speranza. Speranza di vincere un premio, di farsi notare tra i giovani autori-attori-registi, consci del pericolo di diventare eccessivamente pop, poco intellettuali.

Con coraggio, tra ironia, schiettezza e disincanto, Campolo non corre questo rischio. In un panorama teatrale contemporaneo che spesso si affida alla musica o al gesto per lasciar cogliere solo a un «pubblico selezionato e colto» il senso della performance, il regista messinese non nasconde il proprio messaggio tra le righe; adotta anzi parole forti, pungenti, forse rischiose ma adatte a descrivere una realtà senza schierarsi dalla parte dei buoni o dei cattivi.

In uno spazio scenico minimale (tre microfoni, uno schermo e una scrivania) Angelo Campolo racconta senza mezzi termini la propria esperienza: dalla caccia a bandi, fondi e patrocini istituzionali, seguendo solo in parte i consigli dell’amico e collega esperto in materia, al progetto teatrale insieme a un gruppo di africani sbarcati a Messina.

Trovandosi ora nella posizione di operatore-educatore, più che di attore-regista, il protagonista si pone una domanda: che cosa sta facendo lì, circondato da una trentina di ragazzi stranieri che a malapena capiscono la sua lingua? È ormai forse questo il teatro? Il teatro non sembra quello che ha studiato: non è letteratura, non è regia, non è disciplina, non è intrattenimento.

Il teatro oggi è missione umanitaria, una strategia di recupero per categorie poste ai margini della comunità. Non si riflette sul fatto che anche il teatro stesso, al contrario di quello che insegnano gli antichi, è posto ai limiti della società. Bisogna allora recuperare il senso di fare teatro: aggregarsi, incontrarsi, socializzare, cooperare, diffondere la cultura; cultura non intesa come capacità di citare a memoria la Divina Commedia ma come conoscenza dell’altro, dove l’altro è una persona, un contesto, un fatto storico, un’abitudine diversa dalla nostra.

Mettendo da parte buonismo e sterili intellettualismi ed esercitando il proprio giudizio attraverso la potenzialità della parola e della voce, Campolo rifugge da ogni semplificazione e condivide la propria realtà con sincerità. “Stay Hungry” ha un inizio ma non ha una fine.

È come se lo spettatore si affacciasse sul cortile in cui è ambientata la storia e osservasse qualche stralcio di quello che accade al suo interno, vedendo Angelo Campolo stanco, preoccupato, perplesso ma anche entusiasta. La morale, se c’è, è riassunta nella storia di Ibrahim, un ragazzo immigrato che ha raggiunto l’Italia non per sfuggire alla guerra ma per una battaglia personale: forse tutti dovremmo sforzarci di guardare oltre e di riconoscere che la verità non è mai assoluta.

Firenze – CHIOSTRO DI SANTA MARIA NOVELLA, 16 settembre 2020.

Benedetta Colasanti

STAY HUNGRY – Di e con Angelo Campolo; ideazione scenica: Giulia Drogo; assistente alla regia: Antonio Previti; organizzazione generale: Giuseppe Ministeri; segreteria: Mariagrazia Coco; produzione: compagnia DAF – Teatro dell’esatta fantasia; photo: Paolo Galletta.

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