Possiamo essere eroi, solo per un giorno

3 settimane fa
8 Ottobre 2020
di valerio molinaro
Possiamo essere eroi, solo per un giorno

Ieri sera ho avuto la fortuna di rivedere un film sorprendente, uno di quei film che fanno pensare, strappandoti una risata di cuore: Jojo Rabbit! Irriverente, drammatico e satirico, racconta con ironia il Terzo Reich, una delle pagine storiche più buie e tristi del genere umano.

La pellicola narra le vicende di Jojo, un giovanissimo figlio della Germania nazista, fedele al partito e a Hitler, al punto di averlo al suo fianco come amico immaginario. All’inizio del film il ragazzino subendo un incidente, disilluso, abbandona l’dea di partire al fronte come soldato.

Dopo aver scoperto che la madre Rosie (magistralmente interpretata da Scarlett Johansson), unico personaggio vero dotato di amore e empatia per la vita umana, nasconde in casa Elsa, una ragazza ebrea, le sue convinzioni entrano in crisi fino a far vacillare il suo credo di idee farlocche.

La satira è uno strumento con cui il regista sottolinea il crescente spaesamento interiore di Jojo e l’altrettanto crescente difficoltà di trovare nella realtà la giustificazione ad un dogma inculcato. Proprio il contatto con “il nemico” consente al piccolo esponente della gioventù hitleriana di crescere e di diventare un uomo; infatti Elsa, la bambina in carne ed ossa, sostituisce via via, attraverso l’esperienza reale e la vicinanza, il suo amico immaginario, fino a rubare a Hitler completamente la scena.

Il Fuher di Jojo Rabbit (interpretato dallo stesso regista Taika Waititi), definito come un patetico ometto che non riesce nemmeno a farsi crescere i baffi, è un amico burlone e un po’ goffo, una sorta di Homer Simpson tedesco, ridicolizzato in tutto il film tra un “Heil Hitler” e l’altro.

Il finale colmo di pathos innesta con delicatezza la canzone Heroes di David Bowie, accompagnata da un accenno di ballo, che dà il colpo di grazia al nazismo e inneggia alla vita. Con Jojo Rabbit Waititi racconta uno spaccato di storia, una commedia a tratti spassosa, emozionante e vera.

In alcune sequenze però il lato satirico della vicenda, a mio avviso, perde di mordente e appiattisce il ritmo narrativo, divenendo troppo didascalico e retorico. I due linguaggi, quello più ironico e quello più drammatico, non sempre sono ben amalgamati, e solo nel climax finale il giusto compromesso viene raggiunto, proprio quando emerge una sensazione di ritrovata speranza.

Jojo Rabbit riesce pienamente nel suo intento catartico: sconfiggere il male con una risata.
Bisogna ridere prima di essere felici, per non rischiare di morire senza avere riso.
(Jean de La Bruyère)

Valerio Molinaro

Valerio Molinaro
Valerio Molinaro nasce nel 1984 a Roma, dove frequenta il Liceo Classico presso l'Istituto Salesiano Pio XI. Il suo amore per la sceneggiatura sboccia negli anni universitari in cui si occupa di comunicazione, produzione culturale e critica cinematografica. Dopo uno stage presso la segreteria di Domenica in, si dedica completamente alla scrittura avendo la fortuna di incontrare personalità del panorama italiano dello spettacolo. Sebbene affascinato dalla televisione, capisce che la sua vera vocazione è inventare storie, iniziando a dare origine a cortometraggi e spettacoli teatrali.Da autore e regista teatrale ha scritto e diretto: Allora si può, Sono pulp perché mi chiamo Bukowski, Gratta Gratta Bang Bang! e un musical tratto dal film d'animazione Nightmare Before Christmas. Nel mentre lavora come aiuto-regista di Gino Landi in occasione della commedia Il letto ovale con Maurizio Micheli e Barbara D'Urso. Successivamente affianca Pino Quartullo nello spettacolo Occhio a quei due con Lillo e Greg.Si dedica finalmente al suo grande sogno, la realizzazione di romanzi gialli. Nel 2016 la Newton Compton pubblica A sei miglia da L' Avana, il suo esordio letterario. L'anno successivo la medesima casa editrice manda in stampa Gli Orchi non sempre sono verdi.Attualmente è impegnato nel progetto di sviluppare format televisivi e programmi radiofonici.