Primavera dei teatri arriva alla XVII edizione

5 anni fa
1 Luglio 2016
di claudio facchinelli

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Little Europa ph. by Angelo Maggio

Giunta ormai alla sua XVII edizione, Primavera dei teatri contemplava nel suo calendario anche momenti di confronto sugli spettacoli visti. Un’iniziativa utile ed opportuna, specie in una manifestazione che si propone di esplorare i linguaggi – a volte non proprio trasparenti – della scena contemporanea. Ed è un peccato che non tutte le compagnie si siano presentate all’appuntamento; e spiace ancora di più la quasi totale latitanza dei critici, pur presenti in forza al festival. Sarebbe auspicabile che, l’anno prossimo, l’iniziativa sortisse un diverso successo, anche di critica.
Una caratteristica che qualifica la Primavera di Castrovillari è, da sempre, la ricerca di compagnie giovani, cui dare visibilità; e la trimurti che condivide la responsabilità del progetto (Saverio, Dario e Settimio, di Scena Verticale) ha spesso rivelato un notevole fiuto, nella sua funzione di talent scout. Una scelta generosa, ma non scevra di pericoli: quando si cerca davvero, a volte si trova; a volte, no. Quest’anno il raccolto è stato meno ricco rispetto ad altre edizioni. Il che – sia chiaro – non deve indurre gli organizzatori a mutare un intelligente, illuminato indirizzo di politica culturale.
Una prima, grossolana considerazione su quanto visto può riassumersi nell’osservazione che non sempre la professionalità attorale delle compagnie è apparsa sostenuta da un’adeguata capacità drammaturgica.
Fra le felici eccezioni, lo spettacolo Vania, col quale il giovane gruppo Òyes, ha dimostrato come ?echov si possa rivisitare, anche stravolgendone l’ambientazione, riducendone drasticamente i personaggi, pur conservandone i caratteri salienti, e costruire uno spettacolo accattivante e denso di felici idee registiche e drammaturgiche, nel segno della poetica di Anton Pavlovi?, che sapeva alternare la lacrima al sorriso.

ph. by Angelo Maggio
I giganti della Montagna ph. by Angelo Maggio

Non così in Little Europa, di Vicolo Quarto Mazzini / Tric teatro di Bari / Gli Scarti, liberamente ispirato all’ibseniano Il piccolo Eyolf, dove la dichiarata intenzione di costruire una metafora dell’Europa (non amata dai suoi padri fondatori, che distrugge se stessa) si risolve in un perorazione angosciosa, ma teatralmente debole. La scelta di una voce fuori campo che racconta gli avvenimenti e l’utilizzo di un ventaglio di lingue (svedese, inglese, italiano), spesso ridotte a puri, inintelligibili borborigmi, potevano avere un loro fascino nell’originale edizione radiofonica del lavoro, ma non reggono la prova del palcoscenico.
Ma perché non dici mai niente? Monologo, di Nerval Teatro, su testo di Lucia Calamaro, è un lungo stream of consciousness, che l’apprezzabile mestiere dell’interprete e un qualche discreto intervento illuminotecnico non riescono a liberare dalla pesantezza cartacea.
Anche Giovanna d’Arco – La rivolta, della giovane compagna Hermit Crab (nome inglese di quel piccolo granchio chiamato popolarmente Bernardo l’Eremita) è un monologo, ma la regia a quattro mani di Ester Tatangelo e Luchino Giordana, assieme alla generosa prestazione di Valentina Valsania (un temperamento sorprendente, che si spera di vedere presto impegnato anche in altre prove) riesce a farne uno spettacolo a tutto tondo. L’autrice del testo, Carolyn Cage, è una militante femminista, che non si limita a distruggere l’agiografia di Jeanne d’Arc, ma la presenta, con critica cognizione di causa, come un’antesignana del lesbismo. Uno spettacolo forte, dalle scarne ma pertinenti scelte scenografiche e scenotecniche, che si rivedrà con piacere nella rassegna “Illecite visioni”, prevista ad ottobre presso il Teatro Filodrammatici di Milano.
Esilio, della Piccola Compagnia Dammacco, non è un monologo in senso stretto, ma lo spettacolo è affidato fondamentalmente alla valorosa Serena Baglivo che, in completo gessato, truccata con un paio di vezzosi baffetti, muovendosi a passi svelti e impacciati, racconta in un convincente falsetto la sua storia: il percorso mentale ed emotivo di un omino che, perdendo il lavoro, vede sfaldarsi a poco a poco la sua identità; si esilia dal mondo reale, dalla società. Aleggia sull’intero spettacolo un’ironia un po’ surreale, come è nelle corde di Mariano Dammacco, qui contrappunto iconico alla vicenda, con addosso una lunga, femminea tunica nera in lamé, metafora di ciò che rimane di quella identità perduta, scissa.
Originale l’idea sottesa a Gli Uccelli Migratori, di Teatrodilina / Progetto Goldstein, scritto e diretto da Francesco Lagi: tre uomini, che per motivi diversi si trovano vicini a una donna in attesa, sono impegnati a difenderla dai reciproci attacchi. Ma, anche in questo caso, la drammaturgia rivela qualche debolezza: vi è uno scarto stilistico fra una prima parte, spassosa e brillante, e la seconda, di respiro esistenziale più elevato, ma meno spettacolarmente incisiva.

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Vania – ph. by Angelo Maggio

Anche l’ingegnoso gioco linguistico di Drammatica Elementare, di Fratelli Dalla Vita, alla maniera di Perec o di Quenau, simpaticamente sporcato dalla cadenza e dai termini dialettali veneti, presenta qualche criticità drammaturgica. I gustosi giochi enigmistici (autogrammi) catturano immediatamente lo spettatore che però, piacevolmente coinvolto in quei funambolismi linguistici, fatica a individuare il messaggio politicamente impegnato che vi è sotteso, e che rischia di non essere recepito.
Fin dal titolo, Trittico Della Guerra, di Guinea Pigs (cioè Porcellini d’India), rivela una sua giovanile, ancorché generosa pretenziosità. All’intenzione di proporre una summa sulle guerre, non dichiarate, non necessariamente cruente, che infestano la società odierna, corrisponde una scrittura piuttosto acerba che, specialmente nella prima parte, riferita allo sfruttamento del lavoro, si riflette anche sul porgere attorale, più sentenzioso che teatralmente vitale.
32 Secondi e 16, di Atir Teatro Ringhiera, aveva un pedigree d’eccellenza: il testo di Michele Santeramo, la regia di Serena Sinigaglia, tre interpreti di razza (Tindaro Granata, Valentina Picello, Chiara Stoppa. L’intento di non ridurre a icona eroica il personaggio della sfortunata atleta somala Samir Yusuf Omar e la sua tragica fine, ma di ricavarne una riflessione sul Sud del pianeta, è perseguito con efficacia nella prima parte del lavoro e nel suo explicit, ma collide con la grottesca parabola che si inserisce come un corpo estraneo, ove si affacciano i temi dell’incesto, del cannibalismo, con un occhio alla vicenda dei giapponesi che non si erano resi conto che la guerra era finita, e – forse – anche con un’obliqua citazione della Tempesta di Shakespeare. Il che, malgrado la valentia degli interpreti e la suggestiva struttura scenografica, crea nello spettatore più sconcerto che partecipazione.
Opera nazionale combattenti presenta I giganti della Montagna atto III, di Principio teatro attivo, denuncia già nel titolo chilometrico la sua struttura di teatro nel teatro, con un gioco di specchi e rimandi fra i vari piani narrativi, tipicamente pirandelliano, integrato da schermaglie sentimentali o professionali, un po’ alla maniera di Rumori fuori scena. Sulla falsariga della paginetta di appunti sulla conclusione dei Giganti, che Pirandello aveva dettato al figlio Fausto, la smaliziata drammaturgia di Valentina Diana e la regia di Giuseppe Semeraro, anch’egli in scena assieme a un affiatata compagine di attori, costruiscono uno spettacolo accattivante dove, come da sempre a teatro, tutto è finto, a cominciare dalla scalcagnata accolita di guitti, ma niente è falso.
Pur in un elenco necessariamente incompleto, da citare la nuova produzione di Scena Verticale, Il Vangelo secondo Antonio, che affronta l’impegnativo tema del morbo di Alzheimer. Dario De Luca, autore, regista ed interprete, dimostra di saper declinare con efficacia la sua capacità attorale anche su un terreno drammatico per lui meno consueto, coadiuvato da una buona squadra di attori, alcuni al loro debutto. Di particolare impatto spettacolare la scena finale, che utilizza l’imponente scenografia con una citazione iconica di una pala d’altare, ispirata alle Pietà cinquecentesche.Non meno impegnativo, quanto all’argomento, Geppettto e Geppetto, di Proxima Res / Teatro Stabile di Genova / Festival delle Colline Torinesi: vi si tratta, infatti, il discusso, delicato problema dell’adozione del figlio del partner. È lo stesso personaggio interpretato da Tindaro Granata, qui anche autore e regista, a ironizzare sull’ormai invasiva espressione alloglotta, step child adoption; e lo fa con quel suo porgere svagato, che consente le sgrammaticature, tipico della sua cifra espressiva (che ci ricorda il compianto Troisi). La scrittura è spigliata, chiara anche nella scansione delle scene e dei salti cronologici, nel solco del suo Invidiatemi. Il tema è trattato in modo dialettico, mostrando in parallelo i problemi in cui si imbatte il figlio di una famiglia non tradizionale, non dissimili da quelli in cui può incorrere chi nasce da un padre e una madre, per così dire, regolari. Uno spettacolo di forte valore civile ed educativo, spiritoso ma non superficiale, non di parte, dal finale consolatorio ma non incongruo: un ottimo strumento per diffondere quell’educazione all’affettività, grande assente nel nostro sistema scolastico.

Giovanna d'Arco, la rivolta - ph. by Michele Bevilacqua
Giovanna d’Arco, la rivolta – ph. by Michele Bevilacqua

Buon ultimo, un doveroso accenno a Zampalesta, u Cane Tempesta, uno spettacolo di figura realizzato con materiali di riciclo, manipolati da Angelo Gallo, allievo di Gaspare Nasuto: un messaggio di solidarietà per il diverso – qui impersonato dallo spaventevole cane del titolo – di immediata presa su un pubblico eterogeneo, di grandi e piccoli. È strano ma, negli spettacoli di burattini, la drammaturgia, pur nella sua linearità, ha di regola un suo esemplare, geometrico nitore. Un fatto che varrebbe la pena di approfondire.

Claudio Facchinelli

Primavera dei teatri. Nuovi linguaggi della scena contemporanea
Un progetto di Scena verticale
Castrovillari, 29 maggio / 5 giugno 2016.
XVII edizione