Teatro o karaoke?

1 anno fa
12 Dicembre 2019
di claudio facchinelli

La notte è dei fantasmi: il problematico trasferimento di un fumetto sulle tavole del palcoscenico

Non è teatro della scuola, anche se in scena non ci sono professionisti, ma solo ragazzi e ragazze (con prevalenza di quest’ultime, come sempre).

La notte è dei fantasmi nasce dalla sceneggiatura di un fumetto, non ancora disegnato, del disegnatore Ratigher. Eleonora Pippo, regista e drammaturga, si è formata alla Scuola del Teatro Stabile di Torino e ha lavorato, come attrice, con Valerio Binasco, Elio De Capitani, Franco Branciaroli. Ma le sue corde più profonde la portano a infrangere le regole del linguaggio teatrale tradizionale: non casualmente si è perfezionata confrontandosi con la poetica alquanto innovativa ed ardita di Agrupación Señor Serrano. È attratta dalla cultura giovanile, dai rapporti sentimentali degli adolescenti, spesso veicolati compulsivamente dal telefonino, ama indagare la inquietante pervasività dei social media.

Lo spettacolo narra di una festa organizzata da due furbacchioni adolescenti, Zurlo e Bullo, con un obiettivo preciso: approfittando dell’assenza dei genitori, Zurlo ha montato delle videocamere nei locali dell’appartamento, e ha venduto la diretta streaming a un sito di guardoni; con l’aiuto di alcolici a gogò e acqua minerale taroccata, conta di offrire scene osé a coloro che seguono il sito; più saranno, più alto sarà il guadagno. Ma, a festa iniziata, fra pettegolezzi e schermaglie sentimentali, irrompe nella vicenda un elemento surreale (una commistione, questa, non infrequente nella letteratura del fumetto: basti pensare a Dylan Dog). Tre balordi, travestiti da fantasmi (ma con la complicità di un vero fantasma – questo l’elemento surreale), intenzionati a spaventare a morte una coppia di anziani, capitano per sbaglio nella festa, e l’atmosfera cambia radicalmente. Il vero fantasma fa sul serio, e ucciderà uno dei ragazzi, che dovrà essere indicato da loro. La paura della morte stravolge i rapporti di amicizia, fa crollare le sicurezze ed evidenzia le fragilità. Solo l’intervento della polizia, a sirene spiegate, scioglierà la situazione.

La storia può essere intrigante, e suscettibile di letture su piani diversi e coinvolgenti, ma la modalità di lavoro adottata da Eleonora Pippo induce alcune perplessità.

Il linguaggio del fumetto è di per sé più affine al cinema che al teatro: pensiamo al fascinoso montaggio grafico che caratterizza le tavole di Crepax, al suo alternare campi lunghi a primi e primissimi piani, a dettagli, che sono elementi estranei al linguaggio teatrale. Inoltre il fumetto, a differenza del teatro, si dispone nello spazio; non nel tempo, che è affidato alla soggettività del lettore. E questa è una differenza che rende problematica la trasposizione di una sceneggiatura (termine proprio del cinema e del fumetto) in una drammaturgia teatrale

Per sua scelta, rispettabile ma opinabile, Eleonora Pippo monta lo spettacolo in poco più di un giorno. Alle scuole che aderiscono al progetto viene consegnata una scheda, come un memorandum di istruzioni. Di regola vi partecipano parecchie decine di studenti, provenienti da diverse scuole secondarie, e costituiscono quella che Eleonora chiama “Compagnia Locale Temporanea”. Questo gruppo eterogeneo si incontra e, sulla base delle disponibilità emerse, si attribuiscono i ruoli e si imbastisce una prima prova. Su due grandi schermi, uno sul palcoscenico, uno in platea, si succedono primi piani di adolescenti, e vi si leggono le didascalie e le battute che i giovani attori restituiscono da una mezza dozzina di microfoni a stilo sistemati in proscenio, mentre una musica da discoteca va a manetta. Dopo un’altra giornata di prove, la sera stessa si va in scena, con quella stessa modalità, per un’unica replica.

A supporto del tutto provvede una tecnologia di notevole impegno; anche un ologramma, di forte impatto visivo, che riproduce le parole del malvagio fantasma. Ma i vincoli spaziali (la necessità di raggiungere un microfono per dire la propria battuta), rendono poco realistiche le azioni (salvo le danze d’insieme, che agli adolescenti vengono del tutto naturali). L’espressività corporea e la gestualità sono condizionate dal fatto che gli attori devono tenere lo sguardo sullo schermo per dire le loro battute, come in una sorta di karaoke. In tal modo i rapporti interpersonali, le piccole vicende sentimentali che si sciolgono e si riannodano rimangono enunciate, non vissute. Anche un tenero bacio è raccontato, non rappresentato.

Il pubblico, costituito per lo più da genitori e da altri ragazzi, applaude freneticamente, come prevedibile, ma sul piano artistico ed espressivo – anche per chi, come il sottoscritto, ha frequentato a lungo il teatro fatto da ragazzi delle scuole – il prodotto spettacolare è meno che abbozzato. Né poteva essere altrimenti, dati i tempi di allestimento.

Allora, la domanda d’obbligo è: qual è il senso dell’operazione?

Durante l’incontro che ha seguito lo spettacolo, ho chiesto ai ragazzi di dirmi quale era, per loro, il messaggio del testo, e anche il senso dell’esperienza. “Personalmente,” ha tenuto a precisare Eleonora, “non mi interessa lanciare messaggi: voglio raccontare delle storie”.

Alla prima domanda, le risposte sono state di tipo etico: il pericolo della droga, della trasgressione, del buttarsi in situazioni non chiare e sconosciute. Ma nessuno ha accennato a quello che la regista stessa, con ragione, ha indicato come il tema di fondo: il tabù della morte.

Quanto alla seconda domanda, non ho avuto l’impressione che da quella breve esperienza fosse maturata una passione per il teatro, da perseguire professionalmente (cosa che avrei trovato incongrua, anche se almeno in un paio di loro avevo intravisto un qualche talento). In forme diverse è emersa invece la soddisfazione del lavorare insieme per un obiettivo definito e concreto (andare in scena), pur in un gruppo costituito in modo aleatorio; l’aiuto reciproco anche dietro le quinte; la sfida di adattarsi in modo flessibile a situazioni nuove.

Da antico educatore, quelle risposte mi hanno rincuorato, perché vi ho ritrovato le ragioni sufficienti di quella pratica che si chiama teatro della scuola. Ma perché una preparazione così frettolosa?

I giovani hanno doti di freschezza, di autenticità, che possono rendere efficace la comunicazione di un qualsiasi contenuto. Ma l’introiezione, la rielaborazione e la restituzione di quei contenuti richiede tempi lunghi, che funzionino da antidoto alla frettolosità della società odierna.

Al contrario, il tratto del fumetto è spesso nervoso, rapido, disinvolto. Per meglio documentarmi ho scorso un altro fumetto di Ratigher, dal titolo tortuoso e criptico (Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra), dal quale Eleonora ha tratto un suo spettacolo precedente. Vi ho trovato una coerente cifra estetica; un segno essenziale, forse volutamente scostante, ma che rappresenta punto di arrivo di un laborioso processo di semplificazione.

Ma in teatro le sciatterie, i vuoti di scena, la battute saltate, i tempi morti non sono difendibili; non è corretto gabellarli per stilemi espressivi.

E non servono neppure ai giovani, che vi si sono cimentati con passione.

Claudio Facchinelli

La notte è dei fantasmi

Concept, regia e drammaturgia di Eleonora Pippo da una sceneggiatura originale del fumettista Ratigher; video di Pier Paolo Ceccarini / Terminus.

Interpreti della Compagnia Locale Temporanea

Produzione della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse

Visto al teatro Menotti di Milano il 29 novembre 2019

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