Tempo reale e tempo della realtà. Gli orologi di Palazzo Pitti dal XVII al XIX secolo

4 anni fa
21 Febbraio 2017
di simona schiavone

FIRENZE. Mentre la comunità scientifica discute sulla possibilità di applicazioni concrete degli orologi nucleari, ben più accurati di quelli atomici, a Firenze la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti dedica una mostra al fascino da sempre esercitato dallo scorrere del tempo e al tentativo dell’uomo di controllarlo e misurarlo. Esposti circa sessanta orologi di un patrimonio totale di oltre duecento esemplari (la maggior parte storicamente legati al Palazzo oppure acquisiti in seguito a donazioni per le collezioni museali) selezionati per l’occasione in base alla forma e alla destinazione d’uso e collocati in una suggestiva scenografia di arredi e dipinti coevi. Tutti oggetti, per altro, che ancora oggi conservano una rarissima integrità del meccanismo unita alla strabiliante cura artistica posta nel realizzare le casse.Orologio da mensola, cassa e meccanismo: Louis Courvoisier & Comp.e, 1811-1814

Scienza e arte, dunque. Questa, in sintesi, “Tempo reale e tempo della realtà. Gli orologi di Palazzo Pitti dal XVII al XIX secolo”, curata da Enrico Colle e Simonella Condemi e visitabile sino al 5 marzo 2017. Ma osservando gli oggetti esposti, o sfogliando il catalogo edito da Sillabe, ci si accorge che c’è anche molto altro. La mostra ci conduce alla scoperta del diverso rapporto che le tre dinastie che abitarono la reggia – medicea, lorenese e sabauda – ebbero con il tempo. Si pensi, ad esempio, ai preziosi affreschi che ancora oggi decorano le stanze del palazzo: dal Ciclo dei mesi nella sala XV della Galleria d’arte moderna (1608-1609) a quelli di Anton Domenico Gabbiani per la sala d’ingresso della palazzina della meridiana, nella cui volta è raffigurato Il Tempo che esalta le scienze e calpesta l’ignoranza (1692-1693); o ancora al Il tempo divoratore delle opere dei filosofi e dei poeti di Giovanni da San Giovanni (1635). Ma anche alle sculture dedicate a Kronos, come quella di Gherardo Silvani che introduce alla mostra e che raffigura il dio costretto a divorare i suoi figli (1621).
Se il cuore del percorso espositivo è dedicato all’orologio come manufatto tecnologico e ancor più artistico, non manca una prima sezione dedicata agli strumenti che venivano utilizzati per comprendere e misurare lo scorrere del tempo prima ancora dell’invenzione dell’orologio: la replica del Giovilabio di Galileo, l’astrolabio, la meridiana orizzontale, l’orologio solare dittico e quello equatoriale, il quadrante solare, la bussola e cosi via. Ai segnatempo si affiancano i dipinti. Sia quelli in cui, fra i ricchi fondali scenografici, è possibile ammirare oggetti simili a quelli esposti, permettendoci così di immaginarli nel loro contesto originario (ne è un esempio il grande “Ritratto di Maria Luisa di Parma” di Laurent Pécheux); sia opere concettualmente significative, come accade nel capolavoro “Le tre età dell’uomo” di Giorgione, in cui l’idea del trascorrere del tempo viene affidata a una enigmatica lezione di canto, testimoniando lo stretto rapporto tempo/musica.

Proprio il tempo della musica è al centro di un’altra sezione della mostra che presenta al visitatore gli eccellenti risultati che si potevano ottenere grazie a inediti connubi con l’arte e la scienza. Lo testimonia il raffinato Orchestrium di manifattura viennese (1821) in grado di riprodurre il suono di vari strumenti musicali combinandoli come una vera e propria orchestra, o come una banda. Il modello qui presentato, modificato dopo il 1831 dal famoso orologiaio viennese Christian Seyffert, suonava, a orari prestabiliti, un’aria tratta dal rondò finale de La sonnambula di Vincenzo Bellini, andata in scena proprio quell’anno e particolarmente amata dalla duchessa Maria Luigia d’Austria. A questo fa da contraltare una sorta di bussola in forma di timone collocata nella parete esterna della sala da ballo: sui raggi della ruota erano scritte le indicazioni dei diversi ritmi musicali per danzare. Attraverso un meccanismo a leva venivano comandate nel voltone sovrastante la sala, dove si trovava l’orchestra con i musici.  Orologio solare dittico, Hans Troschel (attivo a Norimberga, 1614-1634), fra 1614 e 1634

Il corpus di segnatempo di Palazzo Pitti trova il suo completamento nelle donazioni da parte di collezionisti di orologi da persona. Una tipologia che si impose in maniera significativa a partire dai primi anni dell’Ottocento, per divenire sinonimo di eleganza sia maschile che femminile. Non a caso sono affiancati, nell’esposizione, da veri e propri abiti, rimembranza dell’abitudine di vestire, secondo un preciso “galateo”, la mise giusta rispetto al momento della giornata.

Infine, a fare da anello di congiunzione fra Ottocento e Novecento, una serie di preziosissimi gioielli contemporanei ispirati al tempo, come l’anello di Fausto Maria Franchi “Ore perdute”, o la collana d’ispirazione surrealista “L’eterno ritorno” di Virginia Tentindò, oggetti dall’importante contenuto concettuale. Un piccolo approfondimento che ci introduce all’ultima sezione della mostra dedicata al Novecento e allestita presso il Saloncino delle Statue dove sono presentati alcuni aspetti del nuovo modo di percepire il tempo nel XX secolo: straniante, come può essere quello racchiuso nella figura dello “Straniero” di Felice Casorati; o veloce e meccanico, come testimonia il “Libro imbullonato” di Fortunato Depero; oppure oggetto di ossessiva attenzione, come nell’opera lirica “Il diavolo nel campanile”, della quale viene proposta una interpretazione scenica di Dino Buzzati.

Lorena Vallieri

Tempo reale e tempo della realtà. Gli orologi di Palazzo Pitti dal XVII al XIX secolo

A cura di Enrico Colle e Simonella Condemi.

Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti

13 settembre 2016-5 marzo 2017

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