Un hikikomori in occidente

2 anni fa
8 Aprile 2019
di claudio facchinelli

La giovane compagnia Cubo Teatro di Torino, con una drammaturgia che utilizza in modo creativo e intelligente la tecnologia digitale, propone forme suggestive di linguaggio teatrale.

Nei tempi felici in cui la Rai, con la sua gloriosa compagnia di prosa di Firenze, trasmetteva alla sera degli splendidi allestimenti radiofonici di opere di ?echov, Ibsen, Lorca, le voci degli attori davano uno spessore di verità che, per noi, la semplice lettura della pagina stampata non poteva restituire. A teatro, poi, quei testi, oltre che di voci, si rivestivano di immagini, di movimenti, di espressioni del volto. Ma era pur sempre un teatro sostanzialmente di parola, anche con le grandi regie di Luchino Visconti, Giorgio Strehler, Orazio Costa.

Con Grotowski, con l’Odin Teatret, dovemmo imparare a rapportarci con suggestivi ampliamenti del linguaggio espressivo teatrale. E sono ormai diversi anni che la tecnologia elettronica è entrata con forza nella scenotecnica teatrale. Qualcuno ricorderà ancora i vecchi regolatori di luci a manovella, che funzionavano sfruttando la legge di Ohm.

Un’ulteriore mutazione si è avuta con l’avvento della grafica digitale, o computerizzata.

Confesso che, sulle prime, questa innovazione, che aveva attecchito in modo invasivo specie nell’ambito del teatro ragazzi, aveva suscitato in me notevoli perplessità. Troppo spesso il suo uso sembrava dettato piuttosto da una moda, cui non ci si poteva sottrarre per non apparire sorpassati e reazionari, che da autentiche esigenze artistiche.

Anche negli spettacoli per un pubblico adulto trovavo irritante un uso compulsivo del famigerato telefonino, che proiettava le immagini riprese, come si suol dire “in tempo reale”, forse con l’intenzione di moltiplicare i punti di osservazione ma, più spesso, col risultato di rendere la comunicazione drammaturgica pasticciata e dispersiva.

Mi ha indotto a superare questa diffidenza, o forse pregiudizio, uno spettacolo stimolante, dal titolo volutamente scostante, Blatte della giovane compagnia Cubo Teatro: una produzione nella quale il ruolo creativo e progettuale – tradizionalmente assegnato all’autore e al regista, in accordo, se possibile, con gli attori e altri collaboratori – appare fortemente condiviso con altri artisti e professionisti, che operano appunto nell’ambito della grafica digitale e della musica elettronica.

Il lavoro, primo di una trilogia che intende sviluppare il tema delle dinamiche e dei rapporti familiari nella società contemporanea, tratta un fenomeno diffuso in Giappone: quello degli hikikomori, cioè di coloro che, per scelta esistenziale o per patologia, si isolano dalla società e si chiudono in se stessi, a volte fino a lasciarsi morire di consunzione. Lo spettacolo rinuncia a una trattazione clinica o sociologica del fenomeno, ma imbocca immediatamente una strada che si muove fra il satirico e il surreale. Dopo la morte del hikikomori Alex, la sua famiglia (la cui struttura ricorda quella di Amleto) viene intervistata in una trasmissione di TV verità, con modalità a un tempo ciniche e beote. Alex, come in flash back, compare in uno spazio separato da un velario, intento a conversare con gli unici interlocutori coi quali sembra aver mantenuto una comunicazione: appunto “le blatte” – cioè gli scarafaggi – del titolo.

Ma, mentre si delineano le attorcigliate e problematiche personalità del resto della famiglia (una madre, un patrigno e una sorellastra), su quel velario compaiono immagini di forte suggestività e di sconcertante valore simbolico, come le cascate del Niagara, le cui acque si muovono a ritroso.

Poi, col procedere dello spettacolo, al registro realistico si sovrappongono momenti onirici mentre, con peso espressivo crescente, sul velario si formano immagini, si stemperano colori, prendono forma in modo dinamico figure disegnate a tratto, che interpretano, sottolineano, approfondiscono il messaggio del testo di Michelangelo Zeno. Il tutto si amalgama con la partitura elettronica originale di Riccardo Lampugnani, che accompagna l’articolarsi e il disvelarsi delle situazioni.

Buon ultima, da citare l’ottima prestazione degli intrepreti: l’indisponente patrigno Carl, di Jacopo Crovella; l’hikikomori di Stefano Accomo; l’ambigua madre Gwen di Francesca Cassottana; la giovane, spaesata sorellastra Olivia di Dalila Reas. Diretti con maestria da Girolamo Lucania, restituiscono in modo credibile sia la stralunata, lucida follia di Alex, sia la famiglia borghese, apparentemente normale, ma intessuta di nevrosi, sia sotterranee, sia emergenti: un complesso microcosmo su cui si riflettono e concentrano le contraddizioni di una società, dalle cui dinamiche non sembra così ingiustificato volersi chiamar fuori e fuggire.

Ma l’elemento più intrigante dell’operazione, al di là della sua felice riuscita spettacolare, sta proprio nella scelta di sperimentare con coraggio la tecnologia (video, grafica computerizzata, musica elettronica), come risposta a un’esigenza espressiva che si integra e si amalgama con la struttura drammaturgica.

 Un notevole sforzo produttivo e creativo, che implica il contributo attivo, fin dalla fase di progettazione e in ogni replica, di competenze tecniche e artistiche che, solo pochi anni si ritenevano secondarie, se non estranee al mondo del teatro.

Ma il risultato c’è, e testimonia una ricerca che può condurre a un genere altro, che non è semplicemente teatro tradizionale in salsa digitale, ma un esperimento estetico coraggioso, degno di essere approfondito.

Claudio Facchinelli

Blatte, di Michelangelo Zeno; regia di Girolamo Lucania; con Stefano Accomo, Francesca Cassottana, Jacopo Crovella, Dalila Reas; habitat scenografico di Andrea Gagliotta e Laboratorio Pietra / graphic&comics Alberto Ponticelli; light design di Alessandro Barbieri; sound design di Pietro Malatesta; colonna sonora originale di Knobs Studio; videomapping di Riccardo Franco Loiri; montaggio video e motion comics di Alessandro Pisani.

Produzione Compagnia Parsec Teatro coproduzione Grey Ladder Productions e Cubo Teatro.

Realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando: ORA! Linguaggi contemporanei e produzioni innovative.

Visto il 7 marzo 2019 al Teatro i di Milano

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