Una ragazza lasciata a metà

3 anni fa
12 Dicembre 2017
di alessia coppola

Cumuli di foglie sotto leggii di ferro, pagine come spartiti di una vita di macerie da raccogliere per rialzarsi e ricominciare.

Tratto dal romanzo della scrittrice Eimear McBride, lo spettacolo si snoda in tutta la sua drammaticità evolutiva. È un flusso di coscienza doloroso, un racconto di crescita e riscatto, di affermazione. È un canto straziante, una preghiera penosa che si snoda lungo la vita della giovane protagonista.

Il testo narra un’infanzia infelice segnata dal rapporto fra sorella e fratello e all’ombra di un evento che segnerà la sua crescita. Il peso della religione poggia inquisitorio sul vivere quotidiano. La necessità morale, di agire secondo regole ormai desuete, trova giustificazione in obblighi e sentenze urlate da puliti immaginari.

È la crescita dolorosa di un’anima irrequieta e fragile in cerca d’affermazione, è un viaggio nei sentimenti di una giovane ragazza, violentata nel corpo e nell’animo, che ciò nonostante cede in una possibilità di riscatto, di salvezza.

È un grido di vita che Elena Arvigo ci dona con forza e sensibilità trascinandoci lungo questo continuo inciampare per poi rialzarsi. Lacrime celate, inghiottite,  lividi nascosti e ferite coperte, la vita scorre e segna fuori e dentro “la casa malefica delle streghe“.

Una terra bigotta, un luogo insensibile,  una trappola che attanaglia e stringe la gola e il cuore non lasciando via di scampo.

Il senso d’importanza, la tragedia annunciata cresce insieme con la protagonista. Si avverte il desiderio di urlare giustizia, di tendere la propria mano, di mostrare un’acqua pura e limpida in cui rigenerarsi senza vergogna, piuttosto che uno scuro specchio in cui lasciarsi andare.

Con occhi bagnati e mani giunte si accompagna questa ragazza senza nome e senza identità, impotenti e colpevoli osservatori di uno stream of consciousness di rabbia e dolore.

Roma, teatro Argot Studio, 08 dicembre 2017

Elena Grimaldi