Utsushi – Tra due specchi, un gioco ipnotico

4 anni fa
14 Luglio 2016
di mariagiovanna

La compagnia Sankai Juku torna a Firenze dopo 25 anni d’assenza al Teatro romano di Fiesole per il Florence Dance Festival.

Il corpo umano può diventare un’esperienza unica, di contemplazione mistica. Sul palcoscenico del Teatro romano di Fiesole torna, dopo 25 anni, la compagnia giapponese Sankai Juku con un nuovo spettacolo: “Utsushi – Tra due specchi”. Sono in tutto sei i danzatori, sei uomini, i protagonisti delle coreografie di Ushio Amagatsu, il coreografo giapponese leader del Butoh.

La compagnia porta in scena un lavoro che ingloba nella sua danza elementi di tradizione, memoria, passato, mito ma anche leggenda nell’esaltazione della sola fisicità umana. La coreografia presentata al Florence Dance Festival, infatti, è fatta di ripetizioni, spesso anche di impercettibili reiterazioni quasi ipnotizzanti che possono coinvolgere le mani, la faccia o anche tutto il corpo. Sono in tutto sette i momenti in cui si esibiscono i danzatori: sette “tempi” molto diversi tra loro sia per tematiche che per soluzioni musicali. Il fil rouge che collega e unisce tutta la coreografia è l’essenza stessa di questa danza, un susseguirsi di azioni che tornano alla loro originaria purezza. Il corpo del danzatore, infatti, è letteralmente messo al servizio di questi gesti che seguono il ritmo della composizione.

Yas-Kaz e Yoichiro Yoshikawa sono gli ideatori di questo vero e proprio accompagnamento musicale in cui si mescolano effetti sonori, suoni naturali (come lo scorrere dell’acqua), il sound della musica elettronica e il silenzio che arriva come un netto contrasto per “imporsi” sugli altri rumori. È su questa mescolanza di ritmi, armonie e dissonanze, pieni e vuoti musicali che si realizza l’intera coreografia. Non c’è alcun racconto o sviluppo narrativo, il lavoro della Sankai Juku è prima di tutto vigore, forza ma anche debolezza, espressività, sublimazione, muscoli e intangibilità di pensiero. Per questo i danzatori della compagnia sono come omologati per dare risalto a tutti gli elementi che non devono raccontare la persona in quanto tale, ma i diversi elementi che caratterizzano un genere, quello umano.  I sei uomini, infatti, sono tutti rasati e tutti ricoperti da una tinta bianca che restituisce una sembianza precisa, quella della statua, bellissima e imponente.

È intorno allo specchio che ruota tutta la tematica della composizione coreografica; l’immagine riflessa non rappresenta solo una metafora, il simbolo di qualcosa che si duplica in maniera perfettamente identica a se stessa.  In questo susseguirsi di eventi che cancellano l’identità dell’interprete ma non la natura misurata di una gestualità tipicamente giapponese, il rispecchiarsi è anche e soprattutto un “gioco” di azioni meccaniche e ripetitive. Come automi, gli interpreti costruiscono simmetrie, si muovono nel cerchio e nelle diagonali, procedono all’unisono e lentamente si distaccano dal gruppo nel quale, poi, inevitabilmente ritornano. Le braccia e le mani esplorano lo spazio nel quale tutto il corpo, a poco a poco, si inoltra. Queste vere e proprie periferie del corpo sembrano “trafiggere” l’aria che li circonda ma non li assorbe. I movimenti sono netti, decisi, i gesti carichi di tensione, le bocche spesso si spalancano, le espressioni esaltate.

Le luci definiscono lo spazio irrompendo nel buio; tra questi due estremi si instaura una vera e propria relazione di contrari che seduce e affascina lo spettatore catturato da un vero e proprio dipinto in chiaroscuro che si realizza sul palcoscenico. Questa illusione ottica avviene anche e soprattutto per i costumi, anche questi bianchi (a esclusione di un solo momento), come il colore che ricopre la pelle dei danzatori.  Bianchi sono anche i cumuli di farina –o biacca?- disposti ai quattro angoli del palco, bianca è la polvere che viene letteralmente lanciata in aria e che, come una nube, ricopre e invade il tutto, lo spazio.

In questo gioco di danze che ipnotizzano e meravigliano, spesso la simbologia delle azioni è oscura, non del tutto razionalizzabile in un solo significato. C’è però di base l’idea di una certa ritualità, di un vero e proprio culto del gesto celebrato anche dalla scelta di alcuni strumenti musicali, come l’organo, o dalla presenza del fuoco in scena come un qualche Dio che si rivela.

Per questo lavoro considerato un «cerimoniale meditativo sospeso nel tempo» Paola D’Agostino, direttrice del Museo Nazionale del Bargello, alla fine della rappresentazione ha consegnato al coreografo Ushio Amagatsu il prestigioso Mercurio Volante.

Firenze – TEATRO ROMANO DI FIESOLE, 9 luglio 2016

Laura Sciortino

UTSUSHI – TRA DUE SPECCHIDirezione, coreografia e ideazione: Ushio Amagatsu; assistente:Semimaru; musiche: Yas- Kaz, Yoichiro Yoshikawa.